Per un figlio

lungometraggio | 2016


eng | sin


Sinossi

Provincia di una città del nord Italia.
Sunita, una donna srilankese di mezz’età, divide le sue giornate tra il lavoro di badante e un figlio adolescente. Fra loro regna un silenzio pieno di tensioni. È una relazione segnata da molti conflitti.
Essendo cresciuto in Italia, il figlio fa esperienza di un'ibridazione culturale difficile da capire per la madre, impegnata a lottare per vivere in un paese al quale non vuole appartenere.

#Trailer

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#Estratto 6

Come nasce il film

Molte donne srilankesi lasciano la famiglia e i figli per andare all’estero. I primi flussi migratori dallo Sri Lanka verso l’ Europa sono avvenuti intorno agli anni 70, verso Italia all’inizio degli anni 90. Da allora sono passati molti anni. Parole come colf, badante, immigrazione, integrazione, razzismo ci hanno accompagnati in questo tempo. Chi parte dal proprio paese di origine affronta uno sradicamento socio-culturale ma si trova anche davanti alla possibilità di un altro radicamento. La presenza di donne e uomini cingalesi, portatori di culture e stili di vita diversi da quelli italiani, ha dato vita a monasteri buddhisti cingalesi, luoghi di pratiche religiose e culturali: per non dimenticare le origini e per renderle visibili nel nuovo contesto di vita. E intanto nascono i figli o i figli si ricongiungono alle madri, come capita a Sunita. I figli crescono in un Paese che iniziano a sentire loro mentre i genitori lo vivono come un luogo, solo e per sempre, di passaggio. Sunita non vuole mettere radici in Italia. E’ diversa dalle altre madri, parla appena l’italiano, forse non vuole impararlo. Non è ignoranza. Sarebbe un segno di appartenenza all’occidente senza valori. La allontanerebbe dalle sue origini, dai suoi principi morali, educativi, da tutti i modi in cui può proteggere suo figlio. Ma tra le quattro mura di casa, per le strade italiane, i valori di Sunita si manifestano subendo, inevitabilmente, una distorsione, mentre creano altre interpretazioni e visioni. Da qui nasce “Per un figlio”..

Note di regia

Era dicembre 2014 quando a Negombo, in Sri Lanka, Aravinda ed io abbiamo discusso giorno e notte di questo film. Come farlo, con chi e con quali soldi. L’ unica cosa certa era l’urgenza di raccontare, di dire “noi ci siamo”, “le nostre storie sono anche le vostre storie, le storie di un mondo comune”. E’ nato un film minimalista, fatto di momenti quotidiani, domestici, a volte ripetitivi. Un film volutamente semplice. Una storia di una provincia qualsiasi del Nord Italia. Non ho voluto scrivere dialoghi precisi. Tutto è stato improvvisato durante le riprese, adattato a quello che gli interpreti dei personaggi sentivano. Le parole, alla fine, le hanno scelte loro. Agivamo con un buon grado di anarchia. Eravamo costretti a farlo. Kirthi, l'elettricista, posizionava le luci sugli alberi arrampicandosi. Shirantha, un attore, guidava il camion anche con un gesso alla gamba. E’ stato necessario, perché avevamo i mezzi che avevamo. Ce li siamo fatti bastare. Il sogno di un cinema semplice si stava realizzando mentre noi cavalcavamo l’ onda felice di raccontare la nostra storia. Sin dalla sua stesura il progetto ha coinvolto molte persone disposte ad offrire un passaggio in macchina, un piatto di riso, uno spazio. Abbiamo unito le forze, affrontato mille problemi, srilankesi ed italiani, perché era la storia di ognuno di noi.

Suranga D.K.

Noi

Questo film è una grande opera di composizione. Non solo perché ognuno fa il suo. Una buona parte del tempo è dedicata a mettere insieme quello che tante altre persone offrono, a riunirlo e renderlo fruibile a tutti. Un esempio evidente è il cibo: non c'è una sola persona incaricata alla cucina, cuochi professionisti o catering specializzati. Ci sono tante donne e alcuni uomini che si mettono d'accordo quotidianamente: è tutto un accompagnarsi, un aspettarsi a vicenda. Passiamo da una casa a prendere il riso, da un'altra per le salse, da un'altra ancora per chicken curry, etc. Se necessario cuciniamo insieme, si mangia con le mani, si condivide il cibo, tutti lavano i piatti. “Gli ostacoli istituzionalizzano la codardia” dice un maestro di cinema indipendente. Nel processo creativo e di realizzazione del film ci siamo ritrovati davanti a varie complessità, abbiamo affrontato tanti ostacoli, piccoli o grandi, istituzionali e relazionali. La scelta di una troupe composta da un direttore di fotografia e assistenti tecnici srilankesi è stata dettata dal bisogno di valorizzare le competenze e le forme di fare arte che hanno altri stili e origini da quelli del contesto italiano. Quasi sempre in Europa manca un riconoscimento di queste professionalità. E’ importante per la seconda generazione in Italia tornare ad apprezzare stili e saggezze dei propri paesi d'origine. Imparare a riconoscere le visioni e i valori di cui le culture di provenienza sono portatrici per non subire, in Occidente, un processo di integrazione omologante.